(Porque se me hão-de estragar o blog que seja com todos os matadores e o ferro curto é m.eu)
Siamo così legati ai nostro corpo
da non immaginarne la sopravvivenza
che come un fiato, non un flatus vocis,
fatta eccezione per i soprassalti
di un tavolino che una versiera ad hoc
a modo suo manovri per far cassetta.
Ma una trasformazione che non sia
inidentità come può immaginarsi?
Così il grande e ventruto Kapdfer,
tale il nome di guerra benché non legato
a imprese eroiche o erotiche degne di un Margutte,
trent'anni fa un fantasma evanescente
distrutto dalla droga, poi risorto
tutto d'un pezzo non più riconoscibile
per la sublime sua inutilità,
compì il suo capo d'opera morendo
senza lasciare traccia che lo perpetui a lungo.
Chissà che
simili vite siano le sole autentiche,
ma perché, ma per chi? Si batte il capo
contro la biologia come se questa
avesse un senso o un'intenzione; ma
è troppo chiedere.
Montale, E. (1990). "Gloria delle vite inutile". In Tutte le poesie, Poesie disperse, Parte terza. Milano: Oscar Mondadori. (p. 864)